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Cronaca

OLTRE LE DISTANZE, LA PARTECIPAZIONE E LA DEMOCRAZIA

Appello per un rinnovato senso del Bene comune e del rispetto universale nella città di Messina


Scriveva Italo Calvino ne “Le città invisibili”: “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.
Ogni città, ogni luogo lasciano un profumo, un rumore, una emozione di se stessi e sono coloro che la vivono a decidere quale volto darle, quali forme assumere, quali modelli seguire. Quale di queste cose ci sta lasciando la nostra città? Per i più giovani Messina sembra avere il sapore di una sconfitta in partenza. Si cresce convinti che la città non possa offrire molto e si pensa al proprio futuro con preoccupazione o con il desiderio che qualcosa cambi realmente. Non mancano le potenzialità a questa nostra città. Sono infatti numerose le eccellenze del mondo formativo, accademico, imprenditoriale, economico e soprattutto sociale.
Ciò che ci preoccupa è il declino morale che pervade soprattutto la classe politica e che alla fine incide e condiziona il potere decisionale e amministrativo della tredicesima città d’Italia. Non è un richiamo ad personam ma non possiamo assistere ad una città quasi dimessa, che sembra non voler invertire il lento declino che la condiziona da troppo tempo, una città gloriosa nelle sue memorie ma destinata all’oblio se non si interviene per tempo.
La pandemia poi ci ha colpito nel momento più difficile per la democrazia dalla fine della Guerra Fredda. Il nostro Paese si è trovato ad affrontare un’emergenza planetaria pagandone in termini di vite e di sacrifici. La pandemia non ci ha toccato solo nella salute ma anche in termini di affetti, di coesione sociale, del lavoro, della partecipazione, della legalità. Nonostante siano stati approvati importanti provvedimenti per fronteggiare la crisi sanitaria ed economica, sono evidenti i limiti registrati sui territori.
Questo periodo ha imposto un modello sociale di distanziamento che ha coinciso anche con un ulteriore allontanamento dell’attenzione della maggior parte delle persone dai processi decisionali e di partecipazione. Lo spettro del Covid19 ha per così dire allentato le maglie della società civile sulle dinamiche politiche e al contempo ha significato per alcuni di costruirsi un consenso personale che non va a vantaggio della Comunità.


I consessi istituzionali stanno attraversando un momento non felice. Molti di quanti sono chiamati a servire il popolo sembrano aver perso la spinta ideale alla base del loro impegno politico. Il paradosso dei consensi ha prodotto soprattutto comportamenti fortemente personalistici e lontani dalla cura dell’interesse generale e al contempo deresponsabilizzato la collettività, incapace di indignarsi e di esigere comportamenti coerenti e rispettosi da parte dell’eletto. Sono diffusi invece comportamenti dal chiaro richiamo mediatico da parte di chi governa spostando l’attenzione dei cittadini e dell’opinione pubblica dai problemi concreti della gente a velleitarie battaglie. Una regressione che continua a preoccuparci perché abbassa il livello del confronto, annulla la nobiltà delle funzioni, tende a replicare nella politica pratiche di contrapposizione al limite della decenza.
Tale situazione è ancora più evidente nei contesti locali, laddove il potere dei primi cittadini e la gestione amministrativa non trovano contrappesi autentici e al contempo sembrano privi di una visione e prospettiva di futuro. Non possiamo non censurare i comportamenti di forte ostilità per le forme di controllo sulla attività politica.
In un mondo adulto, in cui c’è sempre posto per il rapporto amico/nemico, ma che in linea di principio non prevede l’ odio personale e il disprezzo morale per l’ avversario o per le forme che garantiscono la convivenza civile, dovrebbe esserci sempre posto per il rispetto dell’avversario, per la dialettica tra le differenze, per il confronto serrato senza che questo diventi insulto mentre assistiamo invece ad una contrapposizione politica che si va facendo sempre più accesa, e la contrapposizione si fa feroce.
La democrazia e il suo sistema di relazioni non possono essere surrogate. Hanno bisogno di interlocuzione, confronto, proposte e della forza propulsiva dei corpi intermedi, delle realtà produttive e delle associazioni. La natura virtuale di alcuni strumenti può essere una scelta per migliorare la rappresentanza ma non può certo costituirne la sola sostanza. Aver spostato il dibattito della città sui social ha significato sminuire i luoghi della democrazia, il senso delle istituzioni e la responsabilità di agire senza solleticare i facili consensi. Nelle istituzioni, vogliamo dirlo più chiaramente, l’aspetto delle violenze verbali è inaccettabile. Nessuno che ricopre un ruolo istituzionale può prestarsi a facilonerie o satire. Il dettato della Costituzione secondo cui “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” (art.54) non rappresenta un mero esercizio stilistico, ma impone la sostanza di comportamenti conseguenziali.
Chiediamo che si ritorni presto ad un grado di collaborazione tra le parti per ricucire un tessuto politico e sociale senza il quale la gente perde di vista il ruolo di ciascuno per la costruzione e la salvaguardia del Bene comune.
Nel nostro Paese ancora una volta la società civile organizzata ha contributo alla tenuta della coesione sociale e della gestione partecipata dell’emergenza e al contempo presidiato nelle sedi opportune perché il decisore politico fosse più attento alle problematiche emerse, alle povertà vecchie e nuove che la pandemia ha fatto crescere esponenzialmente, alla riduzione dei diritti soprattutto nell’accesso ai servizi da parte di importanti fasce della popolazione. Sul piano regionale e locale non possiamo dire altrettanto. Abbiamo assistito ad un’economia fortemente provata dalle restrizioni e al contempo registrato un abbandono generalizzato del mondo produttivo, delle situazioni lavorative maggiormente esposte alla pandemia, della sicurezza sociale che non si esaurisce nelle scelte securitarie affidate ad ordinanze estemporanee. Non ci si spiega come non siano mai stati attivati ad esempio tavoli di confronto e di pianificazione sull’emergenza presente. Sappiamo che la mancanza di liquidità e la crisi sono fattori che facilitano le infiltrazioni mafiose il cui potere economico sembra essersi consolidato proprio durante i mesi della pandemia oltre a dispensare aiuti alimentari per affermarsi territorialmente.
Davanti a tutto questo la risposta che la Comunità civile si attende è una risposta di consapevolezza che da soli non si governa e che la partecipazione dei cittadini rimane un elemento importante per il benessere della collettività. E’ il NOI che vince, ci ricorda spesso Don Ciotti fondatore di Libera, è il NOI che ci rende Comunità.
Il legame che vincola la politica al consenso è un legame di attenzione e ascolto, “considerando ogni essere umano come qualcosa di sacro”, anche se questi è il proprio avversario. Abbiamo perso la dialettica necessaria, “quel rispetto universale per tutti” sosteneva Simone Weil, perché chi ha ruoli di governo e di responsabilità percepisca l’intima esigenza di bene assoluto presente nei valori della democrazia.
Dall’altra parte il dissenso politico, che non può rifuggire dal confronto, anche dall’ostinata e paziente ricerca dell’incontro, della sintesi e che comunque non può prescindere dal reciproco rispetto, perché il rispetto è come la moneta buona e a corso legale, circola con il riconoscimento di valore, la fiducia e la pratica.
Questo appello, lungi dal suonare esclusivo, vuole, invece essere un invito all’inclusione, di tutte le parti sociali, oggi più che necessario, addirittura indispensabile!

Processo Vara, la Cassazione mette la parola fine

Era il 14 agosto 2012. La città si stava preparando a celebrare la Madonna Assunta. Il carro votivo dedicato alla Vergine era pronto in piazza Castronovo per la tradizionale processione dell’indomani. Tutto sembrava ripetersi nella normalità consueta. L’idea del volantinaggio all’inizio sembrava per noi un modo di esprimere un sentimento che non sempre era ben evidente tra gli organizzatori. In fondo chiedevamo di far pulizia allontanando talune presenze dalla manifestazione, non certo di portare la “Vara” e ciò che rappresenta nel cuore dei messinesi in tribunale. Senza volerlo avevamo toccato i nervi scoperti dei soliti noti, talmente noti che se ne discuteva apertamente ovunque sulla gestione consortile della festa.

Abbiamo realizzato solo oggi la valenza di quell’atto dimostrativo. Eravamo più giovani, forse più imprudenti ma di sicuro non meno coraggiosi e determinati nel portare avanti un’azione di liberazione della città da rendite che del sacro si facevano vanto e gioco. La sentenza sul processo Vara ci conforta molto. Non perché temevamo colpi di scena. In fondo essa conferma i rilievi precedenti. Ci conforta invece per il nostro essere cittadini messinesi; chi devoto, chi rispettoso del sacro, cittadini che in questi anni hanno comunque vissuto quel gesto nella speranza che non fosse isolato.

Nel dettaglio la Suprema Corte, nel sancire l’inammissibilità del ricorso, ha confermato la congruità delle sentenze dei due gradi precedenti. Infatti, il ricorso si fondava solo su mere questioni di merito (chiedeva una nuova intera rivalutazione dei fatti), mentre la Cassazione è un giudice di legittimità, per questo è stato rigettato. Tuttavia la Corte ha ribadito l’assoluta fondatezza della ricostruzione dei fatti effettuata dalla parte civile (Addiopizzo), così come accertata dai giudici di Primo grado e di Appello. Si è trattato di comportamento dell’imputato volto ad ostacolare l’esercizio di un diritto costituzionalmente riconosciuto (art 21 Cost), la manifestazione del proprio pensiero, attraverso la forma del volantinaggio. Non solo, ma la parte civile è stata offesa (non più reato) e vittima di violenza privata (volantino affisso e violentemente e ripetutamente strappato), malgrado esercitasse un diritto e si rivolgesse con pacatezza e gentilezza all’imputato insultante. Quindi il reato si è consumato nei confronti di una vittima per niente provocatrice. Sono stati ritenuti commessi anche il reato di furto (sottrazione di volantini successivamente al bar dal Celona) e le minacce, gravi sia per i toni e per i contenuti pronunciate in più momenti dal Molonia che è arrivato addirittura a negare l’esistenza della mafia in città, e che, piuttosto che rivolgersi alle autorità preposte per chiedere la rimozione del volantino da lui ritenuto blasfemo (non lo era come accertato nei gradi di giudizio di cui sopra), ha agito autonomamente rimuovendo direttamente lo stesso volantino.

La condotta posta in essere dal Molonia è stata considerata talmente grave da ritenere corretta l’esclusione, determinata nei gradi precedenti, sia delle attenuanti generiche che di quelle specifiche. Il Comitato Addiopizzo ha atteso diligentemente che si concludessero i tre gradi di giudizio prima di commentare la vicenda giudiziaria che ha riguardato l’aggressione subita alla vigilia della processione della Vara 2012, nell’intento di non alimentare inutili polemiche che avrebbero interferito con il dibattito politico in città. Oggi riteniamo, forti di una sentenza passata in giudicato, che in tanti dovrebbero chiedere scusa ai giovani volontari di Addiopizzo offesi una prima volta dai fatti di quel famoso 14 agosto ed una seconda volta dalle prese di posizioni pubbliche di amministratori e benpensanti che solidarizzavano con il comitato Vara. Ricordiamo che tutti i componenti dell’allora Comitato organizzatore della Festa cittadina, ed alcuni assessori comunali, anziché prendere le distanze da quei violenti difesero il comportamento di Molonia e Celona. Troppi i silenzi complici e troppe le personalità con responsabilità pubbliche che avallarono quel sistema anche per anni dopo i fatti che ci riguardarono.

Amaramente osserviamo ancora oggi che un sistema di potere occulto continua a manovrare l’organizzazione della Vara anche nonostante le volontà della Chiesa locale e del Comune. Auspichiamo che questa grande manifestazione di popolo sia liberata al più presto e definitivamente da ingerenze estranee allo spirito della Festa. Adesso vogliamo ripartire da dove c’eravamo lasciati. Una sentenza non è mai un punto di arrivo. Oggi siamo tutti più sereni come cittadini e come messinesi ma siamo consapevoli che la città ha ancora bisogno di atti dimostrativi, di azioni collettive, di “imprudenti”.

Dallo scorso 4 marzo le attività culturali anche di Addiopizzo Messina sono state sospese. Non si è fermato però l’impegno e l’animazione sui temi propri dell’associazione, comprese le prese di posizione su alcuni episodi verificatisi recentemente in circostanze insolite e di cui è stato opportuno intervenire. Lo abbiamo fatto sempre agendo nell’interesse generale e mai entrando in ragionamenti politici, soprattutto se questi tendono a dividere e non ad unire la comunità. Lo faremo sempre consapevoli che nel silenzio, nel disinteresse, nell’isolamento delle coscienze si annida il malaffare della criminalità. Ecco perché invitiamo ancora una volta la stampa a vigilare e a denunciare eventuali situazioni di rischio dettati dal bisogno impellente in cui si ritrova ampia fascia della popolazione in tempi di emergenza sanitaria ed economica. Cogliamo l’occasione per ringraziare le forze dell’ordine perché anche in una difficile situazione come quella determinata dalle norme di restrizione da coronavirus, agiscono puntuali per la sicurezza dei cittadini e la legalità. Infine, ringraziamo l’avvocato Francesco Sciortino che ha rappresentato il Comitato Addiopizzo Messina nei primi due gradi di Giudizio del processo Vara, e l’avvocato Andrea Sallusti, cassazionista di Roma che ha patrocinato in Cassazione. Ricordiamo che questo processo è stato uno dei primi che hanno visto Comitato Addiopizzo Messina come protagonista.